Un nome cristiano? Sì, grazie
Nella selva dei tanti Kevin, Maicol (scritto proprio “Maicol”), Suellen e Sharon, l’appello del papa a scegliere per i figli dei nomi cristiani non mi pare poi così assurdo. Come dare torto alle povere nonne di oggi, che a fatica pronunciano i nomi dei nipotini? La mia cara nonna confondeva puntualmente i nomi di noi cugine, in uno scambio continuo tra “Paola”, “Patrizia” e “Monica”. Come fare oggi a districarsi tra Scianel, Endriu e Miscel? Vi basti un aneddoto. A spasso con mia nonna incontriamo per strada una parente, con bimbo al seguito. La nonna: “Che bel matutin! Come ti chiami?” – “Kevin”. – “Eh?” (leggi: “come?”). – KEVIN! La nonna è perplessa, ma ripete speranzosa: – Ke vìn! (e già ha spostato l’accento). A casa, mezz’ora dopo, mi dice: “Che bel bambino che ha Anna!”. Io (sadica): “Ti ricordi come si chiama? . – Uhmmm… [silenzio] … – Sì! (grande nonna) VINBUN! (e questo solo i piemontesi lo capiscono… Traduco per i non piemontesi: VINO BUONO)
Ma non è solo un problema di pronuncia, visto che la maggior parte di coloro che scelgono per il figlio un nome straniero, spesso sentito in tv, non conoscono la lingua da cui deriva. Onde, non lo sanno scrivere correttamente. Men che meno, ne sanno qualcosa le anagrafi. Peggio che andar di notte. Ecco perché il malcapitato si troverà costretto a firmare, vita natural durante, “Maicol”. Come se già non bastassero tutte le tipologie di “Cristian” che si leggono in giro. Sì che l’”h” in italiano è muta, ma non per questo la si può inserire a piacere secondo il principio “’ndo cojo cojo”. Ricordo inoltre, anche che la “c” e la “k” non sarebbero interscambiabili.
Io appartengo alla generazione le cui madri furono fan sfegatate di Beautiful. La mia, per fortuna, ne fu esente , con il risultato che la mia identità non fu minacciata. Ma non potrò mai dimenticare, tra le mie frequentazioni ai tempi dell’università, gli incontri con Brooke (con quale coraggio una madre italiana chiama la figlia Bruk?) e Suellen, chiaramente generate da due fedeli fan delle soap opera più in voga all’epoca. Ironia della sorte, nomi sempre abbinati a cognomi piemontesissimi, della serie “Tamagnone” o “Cavagnin”, che forse in abbinamento a un Francesca o un Giovanna non mi avrebbero fatto sganasciare, ma con Brooke e Suellen… E non voglio fare ricerche per non dover scoprire che in Italia abbiamo anche dei “Ridge” (Rig). A tutto esiste un limite.
Insomma, per una volta tanto, di dar contro al Papa, proprio non me la sento. E questa volta, ben venga la presunta (o effettiva) “chiusura mentale” che spesso gli rimproveriamo. Dare nomi cristiani ai propri figli? Parole sante, caro Papa, parole sante.



Ci siamo trovati senza neppure cercarci. Entrambi intrappolati in un ruolo che all’improvviso abbiamo sentito starci stretto. L’immagine a cui abbiamo abituato gli altri non ci rispecchia più, eppure non riusciamo a scrollarcela di dosso, è rimasta incollata a noi, una maschera che continua a dare agli altri l’impressione che tutto sia rimasto immutato. Invece qualcosa è cambiato. Ci siamo ritrovati a vivere giorno dopo giorno un doloroso teatro delle forme, inconsapevoli protagonisti di un’involontaria finzione che ormai grava sul cuore e sull’animo come un macigno. Noi, con tutto quello che serve per essere felici, eppure incapaci di esserlo. Alla disperata ricerca del nostro posto nel mondo, di un obiettivo per cui lottare, di un traguardo da raggiungere. Arrabbiati senza sapere con chi, insofferenti senza sapere a cosa. Tormentati, accusati di non avere mai sofferto. Non sono mai stata brava con le parole, incapace di rivelare il contrasto insanabile che porto nel cuore. Ferma in un’ostinata negazione del problema, nella vana speranza che si risolva da solo, pur nella consapevolezza che ciò non avverrà. Eccola, la forza che tutti mi invidiano: nient’altro che pura apparenza. Una vita vissuta ai cento all’ora, per non avere il tempo di pensare. Per crollare, la sera, sfinita nel fisico e nella mente, in un pesante sonno senza sogni. Ritrovo le mie sensazioni riflesse in uno sguardo che è come il mio. Ci unisce un impalpabile filo di seta. Per te ho le parole che non riesco mai a dire, quelle di cui mi vergogno. Oggi ho freddo e non so bene dove, ma il sole tornerà. Io ne ho già sete. 

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